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Corriere della Sera venerdì 6 Novembre 2015
Sequenze di drappeggi e cascami

Marini e l’arte di rimettersi in gioco
 Di Michele Ainis
L’esperienza artistica si può definire in molti modi. Tuttavia c’è un attributo che l’umanità pose in risalto fin dai tempi sntichi: l’arte è fonte di piacere: determina un urto emotivo in chi le si avvicina, lo scuote, lo coinvolge. E l’emozione estetica può be essere più intensa di quella sentimentale. D’altronde, proprio da questo suo connotato hanno tratto origine le condanne dell’arte, che nella storia umana si sono spesso ripetute. Perché quest’ultima formerebbe le passioni, perchéé introdurrebbe in un mondo fittizio, d’idoli e di sogni, annebbiando la ragione, nutrendo gli istinti e gli appetiti. Così Platone bandì i poeti del suo Stato ideale; Plutarco dissuadeva i giovani dall’arte figurativa, consigliando attività più nobili e sublimi; come lui Senofonte, ma pure Cicerone; Seneca paragonò le opere della pittura ai sassolini cui s’affezionano i fanciulli.
   Questo rigetto dell’arte era per l’appunto un rifiuto nei confronti del piacere. << Aut prodesse volunt aut delectare poetae>>, diceva Orazio. Non a caso riaffiora nel pensiero di grandi puritani: Sant’Agostino, Pascal, Kant, Tolstoj. Avevano ragione? Davvero l’arte in nome del bello, ci distoglie dal bene? E se anche fosse, può nascere piacere dalla rappresentazione del dolore?
  L’opera di Claudio Marini offre un buon banco di prova per questa somma d’interrogativi. In lui pulsa una vena tragica, drammatica; che però vibra per i drammi collettivi, non per gli infortuni esistenziali. Da qui un’intonazione politica, che percorre tutti i suoi lavori. Nei quadri di Marini s’intravedono periferie degradate, immigrati in viaggio sui loro barconi, piazze in rivolta, la sofferenza dell’uno o dell’altro popolo impressa come una decalcomania in una sfilza di bandiere logore e sdrucite. Sono le lacerazioni del nostro tempo, che l’artista converte in immagini a propria volta lacerate, come tante ferite incise sulla tela. Eppure quest’intenzione drammatica genera immancabilmente effetti lirici, talvolta giocosi. Succede con la mostra Fratelli di sale, ospitata dal Palazzo Collicola a Spoleto (7 novembre 2015 – 28 febbraio 2016): teli incollati sulla tavola, uno sfondo nereggiante, ma poi sul pathos della raffigurazione cade una pioggia di letterine colorate, come quelle usate dai bambini. La grazia e la disgrazia.
  Sono queste letterine gialle verdi blu le damigelle d’onore della mostra? No, loro funzionano come un’evocazione, un’allusione,. Danno fiato al bambino che tuttora abita in Marini, e danno forma al gioco. Gioco anche linguistico, non soltanto in questo caso. Uno tra le sale della mostra s’intitola Pesaggi Marini, e lì l’aggettivo è il cognome dell’artista, sicché non capisci più se rappresentano un paesaggio esterno ovvero interiore. Ma in queste faccende Marini è recidivo; tempo fa firmò alcune "provette d'artista" <>, dove la prova artistica consiste nei suoi inconfondibili cascami infilati in una provetta da laboratorio.
  Ecco, i cascami. Lui chiama così quella lanugine grezza, bucata qua e là da macchie di colore, che cresce sui suoi quadri fin dal 1977. Un tratto distintivo, questi gomitoli di lana. Un elemento gentile e al tempo stesso oscuro, forse quello che più connota la cifra di Marini. Sicché quando lo conosci, e insieme a lui conosci i suoi cascami, poi lo ri-conosci, come riconosceresti una pagina di Italo Calvino o un’incisione di John Coltrane. Ma nel suo caso l’immagine non si lascia mai fermare in uno scatto fotografico, è piuttosto un video in movimento. Continuo e discontinuo viaggiano nella stessa carrozza ferroviaria.
  Il treno di Marini si è fermato già in molte stazioni. Perfino sulla luna con la serie Moon del 2009-2010. Ma in realtà ogni suo quadro è prosecuzione e interruzione rispetto al quadro precedente. Ogni approdo è sempre provvisorio, è punto d’arrivo e stazione di partenza per il viaggio successivo. Ed è anche un gioco, il rimettersi perennemente in gioco. Come i giochi di parole con cui Marini designa le proprie collezioni. Lui infatti lavora per titoli, per aggregati. Quando avvista un tema, è come se lo guardasse e riguardasse di lato, di fronte, di sguincio. Così ne tira fuori una serie, una sequenza. Applica varianti plurime allo stampo originario, lo ridice, lo riduce, infine lo traduce. Qual è il padre, qual è il figlio? Non lo sai più, rimani prigioniero in un labirinto di specchi, come quello immaginato da Borges.
  Lo specchio di Claudio Marini s’accende di colori che ti bucano l’iride, dal rosso fuoco al nero quasi assoluto. Riflette la fisicità della materia – il cemento, lo smalto, la plastica, le stoffe. Si spezza in due con uno squarcio, un taglio sulla tela. Però c’è sempre una costante, un motivo pittorico che ogni volta si ripete nei quadri di Marini: l’antica arte del drappeggio. Praticata dagli Egizi, poi dai Greci, dai Romani, dagli Etruschi. Nel Rinascimento il drappeggio diventò una vera e propria disciplina, tanto che Leonardo vi dedicò un capitolo nel suo “Trattato della pittura”. Ora marini rielabora drappeggi e panneggi attraverso i suoi cascami. Isole compatte che si scompongono in mille filamenti. Grumi di tessuto nei quali si raggruma la nostra esperienza collettiva. Ed è qui che l’artista deposita il suo sguardo sulle cose: la cifra di Claudio marini è la densità, la concentrazione del molto nel poco.</provette></provette></provette>


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