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LITURGIE
di Gianluca Marziani
 
Ripartire dal punto (cascame) in cui ci siamo lasciati alcuni anni fa.
 Ritrovare il filo rosso (nel caso di claudio marini i fili hanno senso "filologico") che unisce le energie umane oltre i varchi del tempo lineare e il muro dello spazio percepito. Riprendere un racconto espositivo che avevamo intrapreso negli anni Novanta...nel frattempo non dimentico nulla delle esperienze assieme: Italo Bergantini che ci ha presentati, le mostre da Romberg e in alcuni spazi pubblici, l'Italia e la Croazia, le personali e le collettive a tema, i cataloghi come taccuini etici. Un viaggio che aveva le sue pausenaturali nel borgo storico di velletri, tra lo studio di Claudio e le hosterie in cui cenavamo per parlare di progetti e calcio (lazio in particolare),donne e altri cazzeggi: la vita vera che puzza e profuma, ferisce e abbraccia, sporca e ripulisce, unisce e distrugge: è la vita che Marini ipnotizza sui quadri per ridarci una lettura figurativa, un epistolario drammaturgico del tempo reale.
 Parlo di carne viva pensando alla naturale spontaneità dell'artista, al suo modo "contadino"di asciugare la complessità delle cose, tornando al valore della terra e delle materie pilsanti, intrise di gesti e fatica, consumate dal lento dispiegarsi del presente. Qui, tra l'Appia e le colline velletrane, guardando il mare dall'alto di una piccola finestra, qui tra le impronte di antiche gesta romane, sentendo l'interstizio dei luoghi sospesi, qui Claudio Marini sente profondamente le voci di dentro, ascoltando il rumore baritonale della Storie e la possibilità di un'isola ideale.
 Chi altri poteva essere il preferito di Claudio se non Robert Rauschenberg, un gigante che nobilitava lo scarto con l'indole dell'archeologo metropolitano: entrambi sembrano "cucinare"sull'opera come se bruciassero l'amalgama degli elementi riciclati, usando fili nascosti con cui tessere il mosaico delle differenze sociali e culturali. Raushenberg e il "figlio" Marini cuciono lo scarto per dare senso agli eventi, per la necessità del ricordare attraverso il frammento sopravvissuto: perchè solo così sopravvive la civiltà della memoria, solo così alcuni uomini con il cuore dentro gli occhi offrono al ricordo le certificazione di un'eredità.
 L'arte è una formidabile possibilità per ricordare, un dono in cui l'opera si pone in perenne e rinnovabile sintonia emotiva con il lutto, la perdita, la ferita aperta. Creare impone contenutidiversi per ogni artista, ovvio, ma per tutti significa mappare il cuore di un'emozione, entrando nel labirinto dei sentimenti, varcando soglie inconsuete e dolorose, camminando al buio per afferrare brancdelli di luce fuggevole. Questa mostra senza alcuna casualità, inizia dove si formula la dimensione del lutto privato, nell'epicentro visivo in cui Claudio rimembra Giancarlo, il fratello morto di recente: è la perdita come filo di luce che traccia mappe nel nero catramoso. Le zone luminose somigliano a vele ma anche a polmoni, non a caso due forme che hanno bisogno di aria, di un flusso continuo per gonfiarsi e vivere. Volendo condividere il peso della memoria, l'artista ha inserito alcuni foglietti su cui sono appuntati numeri riguardanti faccende personali, momenti privati che saldano la fratellanza collettiva con una silenziosa frequenza dell'infinito leopardiano.
 Un altro nome a cui penso, riguardante le opere di Marini, è proprio Giacomo Leopardi, il poeta marchigiano sentiva la Natura in tutta la sua feroce crudeltà, mescolandola alle gesta dei piccoli uomini che in quel paesaggio lottavano come uccelli nel vortice di un uragano. La natura di leopardi e Marini si trasforma in uno spessore, un pack geopolitico dai molti strati di esperienza e battaglia. Tutto diviene duro come pietra lavica, le bruciature si trasformano in croste, le urla in canti cosmici, le lacrime in sorgenti rigenerative. Le loro catarsi sono l'urlo munchiano del dolore arcaico, sono l'eco del pianto nelle caverne del tempo perduto. La loro rabbia prosegue oltre la pagina, oltre la tela, oltre la tavola... colpendo il cuore di chi capta la grammatica formale, capendo i verbi figurativi, scoprendo sostantivi colorati e aggettivi scurissimi, assorbendo frasi che s'incidono tra le onde del comune destino.
 La tragedia di un uomo si trasforma nella tragedia di un'epoca, una generazione, una storia collettiva. Quelle vele bianche indicano il varco di luce perpetua, la speranza di un necessario futuro, la celebrazione silente del dolore privato. Ci conducono verso la nostra grande madre, verso un mediterraneo che conserva nel ricordo mai sopito, le antiche gesta filosofiche, etiche, civili, culturali... le vele di marini sospingono adesso verso l'età senile di un mare che vorrebbe rigenerazione liquida, un mare affaticato che non vorrebbe sentire il galleggiamento insostenibile della giovinezza perduta. Il Mediterraneo chiede che la vita riapra le sue vele e gonfi i suoi polmoni, quasi a connettere "Omaggio a Giancarlo" con le tragedie della recente cronaca: il privato e il collettivo dentro l'energia della lotta incessante per uscire dal nero, per riprendere ossigeno nella luce, per ribadire nel gesto pittorico la rivalsa della vita vera.
 La liturgia di Claudio Marini possiede una musicalità orchestrale, sottotraccia si sente un'armonia ideale di metalli e legno, tra crepiti del fioco e biologie in azione. le opere sembrano muoversi sotto la superficie, somigliando a organismi ibridi che armonizzano i frammenti raccolti. Il suono immaginato è una melodia nomade e malinconica, un flusso di archi e percussioni che corre verso il mare di sabaudia, carezzando le dune poco prima di tuffarsi nel Tirreno, dove andrà a vestire i resti solitari di una tragedia Collettiva.
 Noi siamo qui, dalla prte dei quadri, dalla parte dei sopravvissuti, sulla terraferma dellaa sfida. ascoltiamo le opere di Claudio, ci sintonizziamo sul loro canto liturgico, lasciando che i pensieri catturino l'ossigeno del domani. Siamo noi le vele bianche, siamo noi i polmoni bianchi.




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