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SALVARSI DAL NAUFRAGIO
di Gabriele Simongini

Chi si ferma è perduto. Ce lo dimostra per contrasto Claudio marini, un artista che non si perde perché si mette in gioco,senza considerarsi mai completamente soddisfatto dei risultati raggiunti anche se poi capita,, a chi loconosce bene, di cogliere all’improvviso, furtivamente, un suo timido sorriso che è un’implicita conferma del buon lavoro compiuto. E’ fatto così Claudio: ci sorprende ogni volta con opere di nuovo necessarie, anche se stavamo pensando ai lavori ammirati poche settimane prima, quelli che altri pittori meno inquieti avrebbero portato avanti chissà per quanto tempo. E poi Claudio ha l’occhio lungo, vede prima e meglio degli altri, intuendo in anticipo, con una sorta di sensibilissimo sismografo interiore, l’evoluzione quasi apocalittica ed emergenziale di eventi e fenomeni inizialmente sottovalutati da tutti, soprattutto dai cosiddetti poteri forti, gli stessi che hanno dato una spinta determinante a scatenarli. Ecco allora l’inquinamento ambientale planetario, lo spietato terrorismo dell’ISIS, i sanguinosi scontri etnici, e soprattutto l’immane afflusso di migranti che non conosce limiti, trasformando il mediterraneo, come è stato detto, da “mare nostrum”in m” mare monstrum”, svelando così la colpevole indifferenza di tanti.
E’ da alcuni anni, con vari cicli delle bandiere, che Claudio Marini ha chiamato a raccolta tutto il mondo non più tramite i vessilli ufficiali e da bella parata ma con i suoi stendardi inquieti e liquidi, in continuo mutamento, capaci di rispecchiare sia i flussi migratori da un continente all’altro di esseri umani disperati, alla ricerca di un’altra vita, che la stessa metamorfosi dell’idea e dell’identità di nazione. Il nostro sguardo penetra in profondità, nelle viscere di queste bandiere sconvolte, senza restare sulla superficie dell’immagine: e in ogni opera pare di veder riflessi i sogni, le tragedie e le sofferenze di un’umanità lacerata, diversa in ogni paese ma in fondo uguale nel suo aspetto universale. Le bandiere di marini fremono di convulsioni irreferenabili, la loro pelle si raggrinzisce e contorce per il dolore, smascherando ogni retorica ipocrisia e violenta sopraffazione travestite da orgoglio nazionalistico. Nella sfilata di questi vessilli tormentati, il mondo appare agitato da un vento d’apocalisse che sembra possedere la forza di un giudizio universale laico.intuendo la crisi morale di un’Europa fragile, già nel 2005, con una visione lungimirante, marini aveva dato immagine di un’Unione Europea quanto mai debole, disunita, con quelle stelline tremolanti dei paesi fondatori che non davano sicurezza né valore stabile, quasi sul punto di affogare nel mare-cielo azzurro e blu. Potremmo accostare questo profetico vessillo alla foto, salita recentemente agli onori della cronaca, con i corpi di dodici migranti morti che galleggiano nel mare, in cerchio, dando quasi immagine a una tragica bandiera dell’UE con i cadaveri al posto delle stelle. ‘ una foto, peraltro modificata, che molti media hanno attribuito al celebre Street artist Banksy, mentre era stata utilizzata, già nel maggio 2015, da un’organizzazione spagnola che si occupa di diritti umani, la CEAR (Comisiòn Espanolade Ayuda al Refigiado). Se lo scatto fotografico, pur in tutta la sua efficacia, è l’immagine mediaticamente perfetta per illustrare le cronache di questi giorni, le bandiere nere di marinie il suo ciclo “Mediterraneo” dedicato hai migranti hanno già una propria forza storica e morale che va al di là dell’attualità per l’osmosi profonda tra formalizzazione materica e sostanza d’impegno etico, nella perfetta identificazione di tecnica e “contenuto” senza scollamento sociologico o illustrativo. Come lo scrivente ha notato in un’altra occasione, in ognuna di queste opere sono prima di tutto i sommovimenti ansiosi della materia e la potenza ineffabile della pittura a metterci in contatto con drammi e tragedie, ingiustizie e violenze in modi che non hanno relazione con la comunicazione verbale o mediatica. E così Claudio Marini non illustra alcunché, né la sua pittura ha bisogno di apparati esplicativi e teorici ormai indispensabili per far esistere tante, troppe pseudo-opere contemporanee legate ad una costruzione narrativa che le preceda e le giustifichi. La sua ricerca , in autonomia linguistica, fa da soglia e da ponte fra il ricordo delle vittime dimenticate e la nostra esperienza visivaed emotiva. “Voglio far sentire l’anima senza spiegazioni” diceva Yves Kleina, e, certo Claudio potrebbe condividere questa intenzione.
Nella mostra di Spoleto il lavoro di Marini assume la dimensione di una sinfonia che inizia con toni gravi, quelli di una tragedia individuale e intima (la perdita dell’amato fratello) evocata in modi pacati e misurati, mai personalistici, tanto da tramutarsi quasi spontaneamente e poi saldarsi all’apocalisse collettiva delle bandiere nere e delle opere dedicate ai migranti con il recupero degli oggetti trovati sulla battigia. I movimenti sinfonici cambiano, però nella seconda parte del percorso, pur nella profonda unità emotiva e concettuale del progetto espositivo, per lasciare spazio alla speranza e al gioco, affioranti nei marosi dell’ inquietudine perennemente messa in stato di allarme. Ecco allora i “paesaggi Marini”, come li ha ribattezzati Italo Bergantini con acuto calembour che coinvolge il cognome dell’artistae quindi le bandiere dense di colori appassionati che chiudono la mostra. Nell’oceano dei “Paesaggi Marini” galleggiano lettere-isole, cascami tessili dagli andamenti vorticosi e imprevedibili, lacerti increspati di panneggi residuali, di bandiere lacerate, di sipari malridotti. Nel caos sofferente di esistenze disperse e frammentarie, sono lettere-giocattolo a indicare una possibile direzione, una traiettoria da mettere alla prova, un’eventuale via d’uscita. Ciascuna è un seme di speranza, un elemento o un mattone per un’ipotetica ricostruzione, una zattera di salvataggio dal naufragio. Ma è anche un’emblema della necessità di azzerare per ripartire, un po’ come , fatte le dovute proporzioni, il suono “da da” che ha dato origine alla parola dadaismo. Non sbeffeggia nessuno, però, Claudio Marini, ne fa Anti-arte, anzi da quel mare insanguinato di petrolio o da quelle minacciose bandiere nere fa emergere, come un prestigiatore dello sguardo, la lettera-segno rigeneratrice ed enigmatica, componendo un gigantesco puzzle in divenire che ci parla dei nostri tempi, delle nostre paure oscure e in nero (inquinamento ambientale? La crisi economica? Il terrore scatenato dalla feroce violenza dell’ISIS? L’onda inarrestabile dei migranti?...) da uperare con slancio vitale. Su quelle “lavagne” mosse dalla rinnovata esistenza dei residui tessili ritemprati dalla forza dell’arte, può cominciare la genesi di una scrittura ipotetica, carica della speranza che accompagna ogni inizio. Un inizio annunciato e agitato da una specie di vento nascosto che mette in movimento le materie tessili, le contorce, le tende e poi le abbandona trasformandole in sipari impazziti per uno spettacolo impossibile. Fino a che, comunque, non arrivano gli attori, quelle lettere dal colore e dalla voce squillante, netta, perentoria, la cui apparizione improvvisa ipnotizza il nostro sguardo e ci indica l’avvio di un percorso avventuroso che vale la pena di seguire. Un itinerario pieno di domande e punti interrogativi, perché Claudio coltiva il dubbio e diffida di ogni certezza. Per lui tutto si esplicita nel fare e certo potrebbe condividere questa riflessione di Paul Valery : “Non so, non posso sapere cosa ho voluto dire, quello che so è che ho voluto fare.
Con una sorta di sintetica e coraggiosa summa delle sue ricerche precedenti (dai cascami alle bandiere nere) Marini prende energia dal gioco e dall’ironia, si diverte in senso etimologico, volgendo altrove quel senso di dramma e tragedia che promana dai suoi vessilli neri. Quelle lettere solitarie e disperse sono le matrici potenziali di un nuovo dialogo da cui si può ripartire per dare senso all’insensato, significato all’insignificante, un minimo d’ordine al caos infinito, un po? Di conforto contro l’orrore dilagante. Sono le lettere di tante lingue che s’incontrano e si mescolano nella Babele contemporanea, come i popoli diversi che vengono in contatto tra loro e che nei decenni9 a venire creeranno nuovi incroci di esistenze, storie, razze, genti. Sono lettere da rimescolare con speranza: C’è scritta in controluce la la trascinante e invincibile forza della vita che spinge i migranti ad attraversare mari su imbarcazioni di fortuna, a scalare muri, a nascondersi nel cofano di una macchina per viaggi ad altissimo rischio, a percorrere centinaia di chilometri a piedi col timore fondato di essere respinti. Te le immagini, una di seguito all’altra, queste opere, con ritmi serrati, quasi senza respiro e cerchi di comporre con curiosità e psperanza la tua parola chiave (indifferenza oppure solidarietà? Paura o desiderio d’accoglienza?) e ti accorgi che stai cercando te stesso, mettendoti alla prova. Le lettere sembrano inseguirsi, chiamarsi e rispondersi di opera in opera, come note di musica jazz, tracciando traiettorie instabili come le rotte caotiche dei migranti. E poi Claudio sfida ancora una volta l’imprevedibilità nel desiderio pungente di mettere in cortocircuito gli echi dell’esistenzialismo informale (non di rado gli inquieti drappeggi di Marini sembrano tessere un dialogo a distanza con l’elegante terribilità dei “panneggi “ materici di Burri) con le tracce mediatiche e consumistiche dell’eredità Pop. Angoscia e speranza (e perfino un pizzico di divertimento) convivono nella stessa opera, con un mirabile ossimoro visivo innervato dalla tensione tra opposti. A noi tocca decidere chi avrà la meglio. E non sarà una scelta facile. In alcuni lavori più grandi, spira addirittura la tempestosa e notturna immensità di un Sublime che sovrasta le lettere, piccole e sperdute ma vitalissime come esseri umani posti di fronte all’immane mistero dell’esistenza. Del resto questi “Paesaggi Marini” sono paesaggi interiori di Marini che diventano anche spazi marini su cui tutto galleggia alla deriva, verso un altrove ipotetico.
Ogni volta, in quest’avvincente sintonia pittorica presentata a Spoleto, il nostro artista affronta l’opera come un naufrago che cerca un nuovo approdo… e forse tutte queste lettere a cui aggrapparsi alla fine formerebbero per infinite volte una sola frase: PITTURA COME LIBERTA’ E TESTIMONIANZA.



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