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IL COSTRUTTORE
Di Riccardo Vannucci

 Spesso, per definire l’opera di unartista, si ricorre alla metafora del “lavoro”. Il lavoro in senso esteso, anche quando si tratti di un prodotto essenzialmente intellettuale. Nel caso di Claudio Marini il lavoro non è escamotage retorico, e neanche , per una volta, categoria economica quanto piuttosto pratica concreta, legata a una imprescindibile componente materica che costituisce la cifra dominante dell’artista. Una materia “lavorata”, appunto, impura, contaminata, forzatamente tridimensionale: ad esempio, anche nei momenti di più potente espressività cromatica, il colore rimane colore di una determinata materia fisica, concreta e tangibile, tutt’altro che astratta.
Il lavoro sulla e con la materia prevede una gestualità governata dall’esercizio, ciò che chiamiamo mestiere, e tecnica: fatalmente, il gesto lascia il segno ed è segno.

Dal punto di vista di un architetto, il combinarsi di matericità, tridimensionalità, e conseguente spazialità, ha un connotato specifico, e peculiare: riguarda la costruzione, il suo ambito d’elezione, molto più e molto della rappresentazione, con buona pace degli architetti “disegnatori”.
 In tale luce, il costruire (etimologicamente parlando un accatastare, fare mucchio) è ciò che segna la produzione di Marini nel tempo, nel susseguirsi delle stagioni, periodi o cicli che dir si voglia.
I materiali di partenza (semilavorati, non a caso) sono riconoscibili, trasfigurati magari, ma individuabili, e il loro giustapporsi è tutt’altro che casuale: al di là della pretesa, fintamente ingenua, dell’artista, di essere montati a caso, anzi a casaccio, i materiali rispondono a una “composizione”, altro concetto che evoca la pratica architettonica.
Il richiamo alla costruzione in alcune circistanze abbandona il piano immaginifico per farsi citazione letterale attraverso l’utilizzo di materiali edilizi, neanche troppo dissimulati: guaine, cementi e gessi, ferri da armatura, smalti.
 Quest’approccio non è esclusivo di Marini, ma lui assurge a dimensione preponderante: si fa l’opera nel senso che la si costruisce.
I “quadri” (possiamo ancora definirli in tal modo?) nascono allora per successiva stratificazione di spessori, oggetti, avanzi e ricicli, e diventano “plastici”. L’equilibrio, di forze, pesi, masse e colori, è la componente tettonica, e dinamica, in cui l’architetto, ma non solo lui, si riconosce, ricostruendo mentalmente la sequenza di operazioni che ha condotto alla strutturazione degli oggetti artistici.. Che potrebbero, se necessario, essere ri-prodotti, come prototipi da sviluppare, circostanza peraltro attuata nei cicli in cui si organizza la ricerca artistica di Marini.
Ma il loro scopo, e l’esito ultimo cui pervengono, è un altro: ci riportano alla capacità, tutta umana, di dare forma, mediante la costruzione al mondo.
 Un richiamo di solida attualità in tempi di crescente egemonia del virtuale sul reale, di progressivo analfabetismo manuale, di pervasivo consumismo iconico (e non solo).

 In questo contesto, l’artista che non voglia solo rispecchiare ciò che esiste ma ne intenda dare lettura critica, può offrirci, tra le tante strategie possibili, un’esperienza di materialità (cosa altra dal materialismo), può obbligarci a fare i conti con quel mondo che dovremmo cambiare attivamente piuttosto che subire, più o meno interattivamente. E’ ciò che Claudio Marini fa “costruendo” le sue opere. Copia contenuto qui


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