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Latina Oggi, sabato 7 aprile 2018
Le spade e il tuono: ricordando Volonté
Latina Claudio Marini torna alla Romberg con una collezione di opere nate per il teatro
di Daniele Zerbinati

Sembrano implorare attenzione, anche se è tardi. Zoppicano verso l’ingresso con sguardo tremulo. Scoprono le braccia: “Questo ci hanno fatto. Ecco tutto”, urlano le opere di Claudio Marini nella quindicina di metri che allinea gli spazi alla Roomberg Project Space di Latina. Qui in viale Le Corbusier, alle 11 di domani l’artista veliterno inaugurerà la sua nuova mostra personale “Dedicata”, a cura di Italo Bergantini e Gianluca Marziani: una collezione di sette grandi dipinti su tela (150x200) e dieci di piccole dimensioni.
<<la>>. Questi era Italo Mario Laracca, sacerdote allora novantenne che annotò la tragedia istante per istante, rimbombo dopo rimbombo, in un racconto strozzato che Volonté scelse di integrare con le testimonianze di molti anziani della città. <<mi>>; solenni, imponenti, tagliavano di netto la facciata del Palazzo del Vignola convogliando la loro severa verticalità nei ritmi serrati degli elementi centrali: due teli a cui Marini ha affidato la gravità e la forza di una sentenza stoerica, riportandovi i nomi di luoghi notoriamente segnati dalla violenza dell’operare umano (Hiroshima,Guernica, Srajevo tra infiniti altri). <<nel>>, e lo scorso anno vi ha rimesso mano disintegrando l’unità del lavoro on pochi gesti mirati. Ha creato “Dedicata”: un mosaico di particolari autonomi e spontaneamente connessi, frutto di quell’elaborato intervento di sezionamento della scenografia e di selezione di questo e quel dettaglio, talvolta “ripensato” con aggiunte di colore che per nulla intaccano la complessità uniforme  e lo spirito dell’opera originaria.
 Il fuoco bellico divampato tra soli mortali e morti. Questo il nodo dell’argomentativo della novità “vintage” di marini: una concitazione formale, e prima ancora esecutiva, che tormenta la tela con elementi tipici della deriva segnica dell’arte informale; fibrose sciabolate cromatiche, ombre cedevoli, graffi fluidi, punti di eccitata luminosità posti a “marchiare” il vuoto asettico dell’orizzonte con tocchi di nero e di ross, vibranti all’unisono. E si fa depositaria di quella conflittualità arcchetipica che è trasversalmente, la battaglia in ogni tempo: dalle Termopili a Salamina, da Calais a Tombstone, da caporetto a Stalingrado, calvari sgorgati da fonte comune. Qui come a velletri nel ’94 e quattro anni fa, non vi è zona franca che sappia contrappesare lo sfacelo, esclusi certi sprazzi solitari di giall, di verde, da ricercare nella tessirura dell’opera come gocce “sbagliate” (una costante distintiva dell’artista veliterno), e negli esiti di questo impenetrabile bailamme linguistico Marini ha pronunciato nuovamente la sua personale definizione di “anti-guerra”, eleggendo lo scontro a matrice di una pittura sgraziata, perentoria, nebulosa e ancora potentissima, brillante malgrado tutto. Quel che resta delle spade e del tuono, degli assedi e delle bombe, è un brulichio umano in ricostruzione che già ha catalogato le sue cicatrici, osservando il sangue disperso a un palmo della salvezza. Là dove è solo penombra e dissesto.
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