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 Da  IL MESSAGGERO  del 13 Febbraio 1992

 Il bianco e il nero nella ricerca di Claudio Marini

 di Vito Apuleo

 Incentrata su una ricerca che muove dal lontano 1976 per approdare  
 ai nostri giorni,
la mostra di Claudio Marini (pro­mossa dalla Regione
 La­zio e commentata in ca­talogo da una conversa­zione tra l'artista e  
 Bruno Mantura) conferma la costante di una pittura che si distingue
 per la sua aggressività dialettica. Vale a dire per quel con­tinuo
 operare all'interno di una visione che, tribu­taria di riferimenti
 all'e­spressionismo astratto e all'informale, ha perse­guito l'obiettivo
 di  una propria ed esclusiva real­tà attraverso l'immersio­ne più totale
 nella fisicità della materia. Da qui la varietà dei cammino Praticato
 dall'artista: le sue opere degli anni Set­tanta in cui la colatura acre e
 virulenta rasenta la visceralità per via di quell'aggrumarsi di cascami, 
 
 di stracci di coto­ne e di colori acrilici; le  recenti composizioni do­
 minate dal bianco e da lui definite «teche», nelle quali l'uso del
 cemento imprime all'insieme una intrinseca severità: quasi l'amore per
 la corposità  primordiale del mezzo; le pagine della metà degli anni
 Ottanta (le più in­tense, a mio avviso) se­gnate da quelle grandi
 campiture in nero sulla cui superficie i frammen­ti della visione,
 svincola­ti dalla loro gravità, flut­tuano liberamente per tradursi in una
 tensione grafica fortemente lirica.

   




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