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 Dal catalogo :Claudio Marini Dipinti
1976-1991
 Programma Arte e Cultura 1991-1992
 Palazzo Rondanini Alla Rotonda - Roma

 «Al principio di tutto è il colore ... ». In una immaginabile cosmogonia pittorica,   
  sareb­be certo questa la prima volontà, la prima dichiarazione sull'origine,
 sul
 principio, dell'universo interiore esteriore di Claudio Marini. Un mondo nel
 quale 
 tutto è reso possibile dalle certezze e dalle variazioni che il colore stesso
 decide,
 sostanziando o annullando la materia, elevandosi nell'a­ria o
  sprofondando negli
  spessori terrestri e acquatici dell'anima. Il colore ha il pre­
 dominio assoluto di  una 
rappresentazione, che mostra un modo di tradurre 
 l'evento, l’emozione, il
pensiero, diventando esso stesso evento, emozione,
 pensiero.
 Guar­dando
l'intero arco di lavoro di Marini, a cui possiamo dare come data di 
 partenza la
prima metà degli anni 70, emerge incon­trastabile una continuità e 
 una coerenza
di lavoro, che costantemente ha sorretto e indicato i modi del
 proprio progredire. 
 Il suo voler essere nell'arte è stato da sempre contrassegnato da un
 prepotente
biso­gno di libertà, da un rifiuto deciso alle regole, se non a quelle
 dettate dalla
necessi­tà di assecondare i fini di una intuizione in continuo stato di
 veglia.
Immediata fu l'attrazione per certi modi e possibilità dell’informale e
 soprattutto
dell'action pain­ting, per quella potente carica eversiva con cui veniva
 sconvolto lo
spazio della pittu­ra. All’interno di queste possibilità, Mari­ni avvertì
 subito le
condizioni ideali per le proprie urgenze espressive.
 Ma da questi dati di 
partenza, è andato elaborandosi un affrancamento graduale
 e continuo: la sua 
 pittura fortemente legata al gesto, alla li­berazione e di forti e
 incontrollabili  impulsi
interiori riversati sulla superficie del quadro, ha cercato una
 zona autonoma
lontana dalle tesi di movimenti artistici defi­nitivamente 
 storicizzati, o  da
deviazioni estreme, a lui quasi contemporanee, come quelle
 concettuali e 
cosiddette comporta­mentali. Tutta l'attenzione e la tensione di 
 Marini si è rivolta 
 allora alla dimostrazio­ne di quell'universo interiore che, sconfi­
 nato e enorme  nelle
  sue variazioni lo ha interessato più che trovare un modo per
 essere letto in 
 chiave di movimenti e neo­situazioni.
 Oggi con l'ultima serie di ope­re, mi è 
 sembrato ancora più netta e con­sapevole
  la distanza, la coscienza dell'uni­cità
  della sua pittura, e anche se ciò non è
 assolutamente di per se stesso un meri­to, 
lo diventa per Marini in funzione e in
 relazione di una stratificazione pittorica, il 
 cui 
progetto non è mai stata la novità, ma la rispondenza autentica tra sé e la
 pro­
pria pittura. In questi ultimi lavori, diver­se scelte, anche formali, danno il 
 segnale dei
  cambiamenti avvenuti. La dimensione volutamente ridotta è il primo
 di questi. 
Lavorare in uno spazio ristretto per Mari­ni ha significato un controllo 
 maggiore,
una sorta di inibizione, di una gestualità, che se utilizzata in senso
 assoluto può
cer­to rischiare di trasformarsi in un parados­sale stereotipo.Una 
 preziosa e
consistente carta è stato il supporto scelto, deciso proprio per le sue
 qualità
specifiche di ricercatezza e di contrasto, con quel pesante impasto di
 colore e
cemento che costituisce l'immagine. All'interno di un riquadro, labili e
 acquosi co­o
lri vengono sommersi dall'amalgama, in alcuni casi completamente
 coperti. Il
ce­mento si satura del colore (neri, grigi. ros­si, viola, gialli, azzurri)
 dandogli corpo
e vi­gore, facendo emergere un segno, che nei periodi
 precedenti, o era del tutto
assen­te, o era assimilato alla scrittura. Qui in­vece, il
 segno diventa effettivo
telaio, strut­tura del colore, ma non dissociandosene nel
 momento creativo, è la
stessa consi­stenza della materia, infatti a produrne l'ef­
 fetto, a stabilirne
l'intensità. La luce scivola veloce, rallenta sulle rugosità e sulle
 poro­sità del
cemento, stagna lì dove improvvi­so emerge un colore sottostante o
 come
quando su una distesa grigia, si concentra in piccole macchíe rosse e
 verdi. Una
va­rietà pressoché infinita di possibilità sono state attraversate da
 Marini in oltre
200 carte, quasi sospinto da una curiosità mor­bosa sulle
 variazioni, sulle reazioni
della materia, del colore, di se stesse di fronte al
 quotidiano assillante problema
di un foglio bianco.
 E un senso di meraviglia affio­ra da ogni foglio, dove i neri
 della notte si
 moltiplicano, profondi azzurri marini, emergono in superficie, 
 violenti
  rossi si coagulano all'aria, dove il cemento restituis­ce una profonda
 illuminante,
insospetta­bile, vitalità.

 RAFFAELE GAVARRO,1990




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